o no?
È noto che Arthur Schopenhauer ebbe un carattere piuttosto difficile.
In A History of Westner Philosophy (1945), Bertrand Russel ricorda, a titolo d’esempio in proposito, una annotazione di Schopenhauer sul proprio libro dei conti del 1842.
In quell’anno morì Caroline Luise Marquet, una sarta con cui il filosofo aveva avuto una lite nel 1821.
A seguito della lite, Arthur Schopenhauer era stato condannato a pagare una rendita vitalizia alla signora per risarcirla delle contumelie che le aveva rivolto, considerandola una donna di poco conto incline alla maldicenza e ad un continuo chiacchiericcio fastidioso.
In latino, sul libro dei conti del 1842 di Arthur Schopenhauer è, dunque, scritto:
“Obit anus, abit onus.”
In italiano deve tradursi:
“Muore la vecchia, se ne va l’onere.”
Per comprendere come, anche dopo più di vent’anni e dopo avere espiato la sua pena risarcendo la persona offesa, Schopenhauer non fosse pentito, va notato che:
“anus” è un termine derogatorio che implica “vecchia megera” o “vecchia strega” e stigmatizza, nell’intenzione dello scrivente, Caroline Luise Marquet come persona di scarso valore, petulante e pettegola.
Al di là delle asprezze caratteriali di ciascuno di noi, è, davvero, possibile che con la morte di una persona, oltre alla certa cessazione dei rapporti giuridici, venga meno il peso morale dei nostri trascorsi con lei?
Non è, invece, naturale provare nel ricordo sentimenti (piacevoli o spiacevoli che siano) appena meno intensi e frequenti di quelli che la persona defunta suscitava in noi da viva?
MORS OMNIA SOLVIT…