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Un incontro fecondo è possibile fra le nostre morali e la sapienza orientale?

Scrivo di qualche ragionamento recentemente ispiratomi dalla lettura di:

葉隠聞書 Hagakure kikigaki, letteralmente: “annotazioni su cose udite all’ombra delle foglie”.

Debbo premettere a questa riflessione, innanzitutto, che sono un uomo di mezza età: oramai, incapace di incanto fanciullesco e ancora non abbastanza saggio per averlo sostituito con la accettazione piena e serena della caducità delle cose umane.

La mia prima bussola per orientarmi nel viaggio in questo mondo, poi, è quasi sempre solo un po’ di ironia.

Sono nato in occidente e cresciuto nella cultura occidentale.

Non posso, per esempio, fingere stupore, né particolare preoccupazione della attuale parodistica guerra civile fra chi accetta la vaccinazione contro il covid 19 e chi, invece, per i motivi più diversi non la accetta.

Il mio distacco teorico dalla disputa apparentemente contraddetto dalla immediata simpatia che ho per chi vi partecipa attivamente, però, è sorretto esclusivamente da considerazioni ispirate da metodo cartesiano applicato con pigrizia.

A suo tempo, pressoché meccanicamente, ho scelto di farmi vaccinare tutte le volte che saranno stabilite per chi fa il mio mestiere.

Come insegna Cartesio, ho ridotto il problema posto, traducendolo nel più semplice possibile e, così, risolvendolo per me.

Per quanto lo desideri sinceramente e mi sforzi con disciplina, dunque, con i miei strumenti di pensiero e con la mia esperienza di vita in questi tempi crepuscolari, rimango ancora piuttosto lontano dal comprendere pienamente il senso di fissità e rigore degli aforismi del Hagakure.

Non riesco, infatti, a spogliarmi della supponenza individualista che ho ereditato (senza beneficio di inventario) dalla tradizione occidentale.

Con le premesse da cui muovo trovo, tuttavia, suggestivo e attraente, fra gli altri, questo breve passaggio:


“Visto come vanno le cose oggi nel mondo, io resterò in casa a dormire.”


La frase letta ad alta voce (nella traduzione in italiano di Bruno Ballerini e Antonio Fichera proposta dalle edizioni mediterranee) non suona al mio orecchio come un appello al disimpegno.

Sarebbe un fraintendimento radicale interpretare un brano qualsiasi del Hagakure come anche lontanamente assimilabile alle caotiche contraddizioni del nostro attuale moralismo spesso isterico e paranoide.

Piuttosto, interpreto la frase come un invito a non aggiungere confusione e disordine a ciò che non approviamo per qualunque motivo, arrecando non allontanandoci dal caos a noi stessi un danno nell’essere partecipi oltre lo stretto necessario.

In ciò è illuminante il passaggio che ho trascritto: nell’esortarci a rivolgere il nostro impegno alla coltivazione della naturale serenità che deriva dalla distanza sufficiente per guardare da abbastanza lontano.

Sarei contento di conoscere l’opinione di chi si imbatta nella lettura di queste poche righe.

Grazie, quindi, a chi vorrà commentare.

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